Quando evitare sembra la scelta più sicura
Ci sono situazioni che impariamo a evitare quasi senza accorgercene. Non prendiamo l’aereo perché abbiamo paura di sentirci male durante il volo, rimandiamo una telefonata perché temiamo di dire qualcosa di sbagliato, evitiamo una conversazione difficile perché abbiamo già immaginato come potrebbe finire. Possiamo ritrovarci a rimandare una decisione, a chiedere rassicurazioni, a controllare più volte o persino a rinunciare a qualcosa che desideriamo fare.
Meglio aspettare un momento più tranquillo, sentirci un po’ più preparati o trovare ancora qualche informazione che ci aiuti a stare meglio. Il problema è che quel momento potrebbe continuare a spostarsi un po’ più in là, mentre noi rimaniamo lì ad aspettarlo.
Quando l’evitamento diventa il modo abituale con cui affrontiamo ciò che ci spaventa, rischia però di restringere progressivamente il nostro spazio di libertà. Quello che all’inizio ci sembra un modo per proteggerci può portarci, poco alla volta, a scegliere sempre meno in base a ciò che desideriamo e sempre più in base a ciò che temiamo.

Se non entro in quella situazione, l'ansia diminuisce.
Se non faccio quella telefonata, smetto di preoccuparmi.
Se non affronto quella conversazione, non rischio il conflitto.
Il cervello impara rapidamente una lezione: “Evitare funziona!!”. Il problema è che funziona soprattutto nel breve periodo.
Il prezzo da pagare
Ogni volta che evitiamo qualcosa, però, ci priviamo anche della possibilità di scoprire come potrebbe andare: se evito di parlare davanti agli altri, non posso scoprire che potrei riuscirci anche con l'ansia; se evito di viaggiare, non posso scoprire che posso gestire le sensazioni che provo durante un viaggio; se evito di esprimere un bisogno al mio partner, non posso scoprire come reagirebbe realmente; se evito di fare qualcosa perché temo di sbagliare, non posso scoprire che un errore non avrebbe

necessariamente le conseguenze che immagino.
L’evitamento, quindi, può proteggerci dalla paura nel momento presente, ma allo stesso tempo può impedirci di fare nuove esperienze e di scoprire qualcosa in più sulle nostre capacità e sulla realtà che ci circonda. Così, senza volerlo, rischiamo di rafforzare la convinzione che quella situazione sia davvero troppo difficile o pericolosa per noi.
Le ragioni dell'evitamento
Due persone possono comportarsi esattamente nello stesso modo, ma evitare per motivi completamente diversi.
Immaginiamo, per esempio, che entrambe evitino di parlare in pubblico.
La prima potrebbe pensare: “Se parlo davanti agli altri, potrei sentirmi male e perdere completamente il controllo.”; la seconda potrebbe pensare: “Se sbaglio davanti agli altri, penseranno che sono incapac
e.”; una terza potrebbe pensare: “Se mi espongo e gli altri mi giudicano negativamente, finiranno per rifiutarmi.”
Il comportamento è lo stesso, ma la funzione psicologica dell'evitamento, cambia.
La domanda diventa:
Da cosa stai cercando di proteggerti?1. Quando evitiamo perché il mondo sembra troppo pericoloso
“Potrei stare malissimo.”
“Potrei perdere il controllo.”
“Potrebbe succedere qualcosa di irreparabile.”
“Non sarei in grado di gestirlo.”
In questi casi, l’evitamento serve soprattutto a tenere lontana una sensazione di vulnerabilità. Possiamo cercare di prevedere ogni possibile rischio, evitare determinate situazioni, controllare le nostre sensazioni fisiche o mettere in atto comportamenti di sicurezza per sentirci più protettə.
La regola implicita può diventare: «Finché evito, sono al sicuro.»
2. Quando evitiamo perché temiamo di perdere qualcuno
In altri casi, ciò da cui cerchiamo di proteggerci non è tanto un pericolo esterno, quanto la possibilità di essere rifiutatə, abbandonatə o di non sentirci abbastanza importanti per l’altra persona. Possiamo allora ritrovarci a pensare:
«Se dico quello che penso, potrebbe arrabbiarsi».
«Se metto un limite, potrebbe allontanarsi».
«Se mostro troppo di me, potrebbe non apprezzarmi».
Quando queste paure diventano particolarmente forti, possiamo iniziare a evitare tutto ciò che potrebbe mettere a rischio la relazione: il conflitto, l’espressione dei nostri bisogni, il disaccordo o la possibilità di mostrare all’altro parti di noi che temiamo possano non essere accolte. Potremmo così reprimere ciò che proviamo, cercare di compiacere l’altra persona, chiedere continue rassicurazioni oppure provare ad anticipare costantemente ciò che pensa, desidera o si aspetta da noi.
Anche in questo caso, evitare può offrirci un sollievo immediato. Se non diciamo quello che pensiamo, almeno per il momento non litighiamo. Se non mettiamo quel limite, non dobbiamo confrontarci con la possibilità che l’altra persona si allontani. Se non mostriamo una parte di noi, possiamo evitare il rischio che venga rifiutata. La nostra mente può così convincersi che la strategia abbia funzionato: abbiamo evitato il dolore che temevamo e la relazione, almeno apparentemente, è rimasta al sicuro.
Nel lungo periodo, però, può accadere qualcosa di paradossale: nel tentativo di proteggere la relazione, rischiamo di rinunciare progressivamente a una parte di noi al suo interno. Iniziamo a scegliere con sempre maggiore attenzione ciò che possiamo dire, mostrare o chiedere, fino a non sentirci più completamente liberi di essere noi stessə. La relazione può così continuare, ma a quale prezzo? Potremmo essere fisicamente presenti e, allo stesso tempo, sentirci sempre meno riconosciutə, perché ciò che l’altro incontra non è più tutto ciò che siamo, ma soltanto la parte di noi che riteniamo accettabile e che pensiamo possa impedirgli di andarsene.
3. Quando evitiamo perché abbiamo paura di scoprire di non essere abbastanza
Esiste poi un’altra forma di prudenza, quella che cerca di prevenire l’errore, il fallimento, la figuraccia o qualsiasi esperienza che potrebbe mettere in discussione l’immagine che abbiamo di noi. Possiamo ritrovarci a pensare:
«Meglio non provarci, se non sono sicurə di riuscire».
«Se lo faccio male, dimostrerò di non essere capace».
«Devo essere preparatə al massimo prima di espormi».
«Non posso permettermi di sbagliare».
In questi casi, il bisogno di proteggerci può assumere forme diverse: perfezionismo, procrastinazione, preparazione eccessiva o, talvolta, rinuncia. Potremmo continuare a rimandare un compito finché non ci sentiamo abbastanza pronti, controllare ogni dettaglio per ridurre la possibilità di sbagliare oppure evitare del tutto di metterci alla prova quando non abbiamo la garanzia di riuscire.
Anche qui, però, l’obiettivo non è semplicemente evitare una situazione. Ciò da cui cerchiamo di proteggerci è soprattutto il significato che quella situazione potrebbe assumere per il nostro valore personale. Un errore non viene vissuto soltanto come qualcosa che è andato storto, ma può diventare la conferma di una convinzione più profonda: non sono abbastanza capace, non sono all’altezza, non valgo quanto dovrei.
Se non proviamo, non possiamo fallire. Se non ci esponiamo, nessuno può vedere i nostri limiti. Se rimandiamo, almeno per il momento, non dobbiamo confrontarci con la possibilità di non essere all’altezza. In questo modo, evitare ci permette di tenere a distanza quella sensazione dolorosa e di preservare, almeno temporaneamente, l’immagine che abbiamo di noi.
Ma anche questa forma di protezione ha un costo. Perché non riuscire a fare qualcosa è molto diverso dal non concedersi mai la possibilità di scoprire che cosa si sarebbe potuto fare. Quando evitiamo sistematicamente tutto ciò che potrebbe esporci all’errore, non proteggiamo soltanto la nostra immagine: rischiamo anche di limitare le esperienze attraverso cui potremmo sviluppare nuove capacità, tollerare la frustrazione e scoprire che il nostro valore non dipende dalla necessità di riuscire sempre.
In terapia la prudenza diventa una libertà
Questo comportamento ha una sua logica. A un certo punto della vita, quella strategia può aver rappresentato un modo importante per sentirsi protetti. Per questo prima bisogna comprenderne la funzione in terapia.
L'obiettivo non è smettere di essere prudenti. La prudenza è una risorsa quando ci aiuta a valutare realisticamente i rischi e a prendere decisioni consapevoli; diventa un problema quando la nostra vita comincia a essere organizzata principalmente per non sentire paura, non rischiare il rifiuto o non confrontarci con la possibilità di sbagliare.
Il lavoro terapeutico può consistere proprio nel recuperare gradualmente uno spazio di scelta:
“Posso scegliere di fare qualcosa anche quando una parte di me vorrebbe evitarla.”
Perché la libertà psicologica non consiste nel non avere più paura, ma consiste nel poter decidere cosa fare senza lasciare che sia sempre la paura a decidere al posto nostro.
La terapia può aiutarci a comprendere questo meccanismo e a costruire, poco alla volta, un modo diverso di affrontare ciò che ci spaventa.
Se sei in questa situazione consulta uno specialista e ricorda:
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